Intervista di Anna Spadafora

Se vuoi crescere, i piloti devono essere tanti

Alberto Montagnani
Socio fondatore di TEC Eurolab e Vice Presidente di SIDEIUS

In giugno del 1990, lei e Paolo Moscatti eravate due giovani talenti con tanta ambizione, ma pochissimi soldi in banca, che aprirono un laboratorio di analisi dei materiali: si chiamava Eurolab e, già nel nome, indicava che alla base c’era un sogno di ampio respiro, non ristretto nel perimetro dei locali di quell’appartamento a ridosso del centro di Modena. Ne avete fatta di strada in questi trentasei anni, la crescita è stata costante sia nel numero di collaboratori, che oggi sono più di cento, sia nella dimensione delle sedi che ospitano le attività a Campogalliano, sia nell’acquisizione come clienti-partner di grandi industrie di settori come l’automotive e l’aerospace. Ma quali sono i valori che sono rimasti invariati lungo l’intero viaggio dell’azienda? 

Tra i valori che hanno sempre guidato la nostra crescita vorrei soffermarmi, in particolare, su quelli alla base del rapporto con i nostri fornitori. Così come noi vorremmo che i nostri clienti ci considerassero partner e non semplicemente fornitori di servizi, dobbiamo adottare lo stesso approccio anche nei confronti dei nostri fornitori. E non parlo soltanto dei fornitori di apparecchiature o strumenti necessari al nostro lavoro, ma anche di quelli che ci permettono di mantenere efficienti le infrastrutture. Poter contare su fornitori seri e qualificati, che quando li chiamiamo intervengono rapidamente, vale molto di più che avere un contratto con un fornitore che costa un po’ meno, ma che magari manda i propri tecnici da una parte all’altra del mondo e, quando ne abbiamo bisogno, non è disponibile. In questi trentasei anni abbiamo selezionato fornitori che, se abbiamo bisogno di loro, vengono anche di notte, il sabato o la domenica. Questo perché noi siamo importanti per loro, ma loro sono importanti per noi.

Garantire la continuità dei servizi è fondamentale in una struttura come la nostra che deve prendere decisioni rapide e portarle a terra nel minor tempo possibile, oltretutto non avendo persone dedicate al nostro interno ad attività diverse dalla produzione e dall’analisi i fornitori diventano strategici. I giovani di oggi sono meno abituati a risolvere problemi che richiedono manualità. Trovare fornitori affidabili è una grande sfida per qualsiasi azienda e per noi lo è ancora di più oggi, in vista del nuovo stabilimento che stiamo costruendo e che avrà un impatto significativo anche sul conto economico dell’azienda. Non stiamo costruendo un edificio da dare in affitto, ma la sede di un’azienda che non dovrà dare alcun problema per i prossimi vent’anni. L’edilizia non è il nostro mestiere e non avendo personale con esperienza impiantistica al nostro interno sto seguendo io questa fase, per questo motivo in futuro non dobbiamo avere problemi legati all’immobile.  

Noi siamo una realtà molto complessa e dinamica, che non consente mai di tenere le cose ferme. E, inoltre, è difficile programmare tutto. Può capitare di aver predisposto un piano e di trovarsi, improvvisamente, davanti a una nuova opportunità di mercato: arriva un cliente importante che chiede di partire il mattino successivo e bisogna quindi attivarsi con una velocità e una flessibilità, negli acquisti come nell’installazione di nuove macchine, che pochi altri laboratori riescono a garantire. Le grandi organizzazioni, prima di prendere una decisione e portarla a terra, devono affrontare così tanti passaggi da impiegare tempi biblici; le strutture più piccole, invece, spesso non hanno la capacità di rispondere con la stessa tempestività.

La nostra è una macchina molto complessa e riusciamo a tenerla in efficienza anche grazie alle nuove politiche di attenzione alle persone, perché sono estremamente importanti, soprattutto in un momento in cui molte aziende stanno pensando di affidare tante attività a dispositivi di intelligenza artificiale, senza pensare che poi viene a mancare il servizio e l’interfaccia con il cliente. Certo, le persone hanno un costo, però alla fine il risultato paga.

Dice che la struttura è talmente complessa che, senza questa organizzazione, non sarebbe possibile dare le stesse risposte…

È una struttura complessa e articolata, che difficilmente può essere portata avanti da una sola persona. Quando le dimensioni sono piccole, è più semplice; quando invece crescono, diventa indispensabile poter contare su una serie di collaboratori. Fortunatamente, nel corso di questi trentasei anni, ne abbiamo selezionati diversi, mentre le nuove leve hanno portato nuove idee e nuove competenze. Tutto questo, però, si basa sul fatto che hanno trovato una struttura e delle persone estremamente affidabili. Oggi abbiamo la fortuna di avere un’azienda composta da persone sulle quali possiamo contare al punto che, se anche noi non ci fossimo, l’azienda continuerebbe ad andare avanti. Questo significa aver costruito una struttura solida.

Avete sempre aumentato le competenze e, di pari passo, vi siete dotati di nuove tecnologie. In pratica, dalla fondazione con Paolo Moscatti questo percorso non si è mai fermato: l’azienda è in continuo viaggio e ciascuna nuova difficoltà viene considerata alla vostra portata.

Da sempre non abbiamo mai scartato un’opportunità a priori. Qualsiasi cosa arrivasse, la analizzavamo. Poche volte abbiamo detto di no a qualcosa che richiedesse di studiare, imparare o mettersi alla prova, purché rimanessimo all’interno del settore che ci interessava. Non siamo mai entrati, per esempio, nell’ambito dell’analisi ambientale: quella la lasciamo fare a chi si occupa di quel settore. E lo stesso vale per l’analisi nel distretto ceramico. Tutto ciò che invece era correlato all’industria metalmeccanica – dall’acciaio alla ghisa, dalla plastica ai polimeri, fino ai nuovi materiali e i compositi – lo abbiamo sempre affrontato. E non abbiamo mai detto di no nemmeno quando si trattava di clienti difficili dal punto di vista tecnico o complessi da gestire.

La sfida, quindi, non era soltanto tecnica, ma anche umana. Abbiamo sempre accolto ciò che richiedeva uno sforzo in più. È questo l’approccio che cerchiamo ancora oggi di trasmettere ai tecnici, anche perché i clienti vogliono parlare con loro. Per questo cerchiamo di diffondere la nostra cultura tecnica e relazionale fino all’ultimo arrivato. Qui non ci sono cassetti chiusi: il nostro sapere è il sapere di tutti. Fin dall’inizio, sia io sia Paolo abbiamo sempre tenuto i cassetti aperti. E, accanto agli investimenti tecnologici in macchinari, che pure sono importanti e che altre aziende potrebbero fare, investiamo molto nella formazione delle persone. Vogliamo che le persone siano in grado di supportare il cliente, non semplicemente di fornire un dato. Dietro a ciascun numero c’è sempre un incontro, un confronto. Molto spesso i clienti forniscono degli input senza sapere esattamente che cosa debbano fare: il nostro compito è anche aiutarli a comprendere quale strada intraprendere.

Dalle interviste con i responsabili dei reparti emerge con forza il valore del team: più ci si confronta con i colleghi e con il cliente, più si approfondisce l’indagine e si riescono a fornire informazioni che il cliente stesso non avrebbe immaginato. Perché un conto è vedere un componente, un altro è conoscerne la storia e il contesto nel quale è inserito.

Questo è indispensabile. Può essere relativamente semplice in strutture piccole, dove esistono singoli reparti, tutti si conoscono e le commesse sono piuttosto standard. In contesti come il nostro, invece, un’analisi può attraversare più reparti, stabilimenti diversi, tecniche e metodologie completamente differenti. In queste condizioni, la collaborazione tra i vari reparti diventa indispensabile. Quando una struttura diventa sempre più complessa, per riuscire a mantenere tutti questi cervelli in collegamento bisogna essere bravi.

Quando una struttura diventa così grande non è facile gestirla. Tuttavia, man mano che arrivavano nuovi collaboratori, trovavano sempre una base, una struttura sulla quale inserirsi. Questa è stata la funzione che lei e Paolo Moscatti avete svolto fin dall’inizio: siete stati la prima struttura alla quale si sono aggiunti altri, senza però che questi dovessero appoggiarsi a voi. La crescita, quindi, procedeva per aggiunta e non per appoggio.

Esatto. Se ci fosse stato un appoggio, avrebbe significato che uno di noi voleva fare meno. Invece ciascuno dava il proprio contributo, quasi facendo a gara a chi facesse di più. Chi arrivava tendeva a emulare questo approccio, cioè la volontà di non risparmiarsi in nessun aspetto. In questo modo siamo cresciuti sia come numero di persone sia come competenze. Quando esiste una cultura diffusa, è più facile crescere rapidamente. Devo dire, inoltre, che noi non ci siamo mai sovrapposti ai collaboratori che possedevano competenze superiori alle nostre in ambiti differenti. Non abbiamo mai avuto manie di protagonismo. Ecco perché lasciavamo che ciascuno crescesse: la crescita della singola persona corrispondeva alla crescita dell’intera struttura aziendale. Sia io sia Paolo siamo sempre stati aperti al confronto e disponibili a cambiare idea quando ci rendevamo conto che quella proposta da qualcun altro era più giusta o più intelligente della nostra. E, se si lascia che sia la persona che ha proposto un’idea a realizzarla nel modo in cui ritiene più opportuno, si ottengono due risultati simultaneamente. Se invece si impone il proprio modo di fare, chi deve realizzare quella stessa idea incontra maggiori difficoltà e, alla fine, si ottengono risultati inferiori.

È la dimostrazione che le cose funzionano quando vengono realizzate secondo l’occorrenza, non secondo un metodo prestabilito, ma nel modo più opportuno.

Certamente. E il modo di lavorare oggi non può essere lo stesso di trentasei anni fa. Nel 1990 il lavoro era ancora uno dei valori primari, probabilmente la cosa più importante. Oggi rimane un valore importante, ma arriva a un certo limite e si ferma. Non si possono più riproporre le modalità di lavoro di allora, quando si lavorava il sabato e, a volte, anche la domenica mattina. Ricordo addirittura collaboratori che il sabato, alle due del pomeriggio, non volevano andare a casa, anche perché avevano bisogno di un’integrazione dello stipendio. Oggi il lavoro è una delle diverse componenti della giornata, insieme ad altri interessi che contribuiscono alla soddisfazione personale. Un imprenditore rimasto legato alla mentalità di allora farebbe fatica a sopravvivere. Non è però il nostro caso. Abbiamo collaboratori con profili di eccellenza, persone che potrebbero andare a fare ricerca all’ESA e che, se scelgono di venire da noi, lo fanno perché trovano soddisfazione nelle sfide diverse che devono affrontare e vincere ogni giorno. Il loro lavoro non è semplicemente un tassello di un meccanismo del quale raramente riescono a vedere la configurazione complessiva. Nei nostri laboratori chi lavora parla con i clienti e con i fornitori, vede il risultato e i frutti del proprio lavoro. Per questo credo che le innovazioni nascano soprattutto dall’esperienza delle aziende che hanno un rapporto diretto con il cliente.

La necessità aguzza l’ingegno…

Il dover rispondere al cliente in tempi relativamente brevi e con costi adeguati costituisce uno stimolo all’invenzione molto forte, forse più forte di quello che può intervenire nella cosiddetta ricerca pura, che rimane naturalmente irrinunciabile.

Concludiamo con una riflessione sulla crescita del laboratorio: altri laboratori nati nello stesso periodo sono rimasti piccoli, mentre il vostro ha continuato a crescere. Qual è stata la differenza?

Credo che la differenza essenziale sia che, diversamente da altri che sono stati aperti nello stesso periodo e sono rimasti piccoli, Paolo e io non abbiamo mai pensato di dover essere gli unici piloti dell’azienda. Se vuoi crescere, i piloti devono essere tanti. Se l’imprenditore si ostina a essere l’unico cervello dell’impresa, il suo raggio d’azione rimarrà inevitabilmente limitato al circuito che conosce. E, soprattutto, perderà il gusto dell’avventura e quelle conquiste che appartengono a chi decide d’inoltrarsi su sentieri poco battuti.

La crescita, per noi, è sempre stata questo: avere l’audacia di percorrere strade nuove, ma soprattutto creare le condizioni perché altre persone possano diventare protagoniste di quel viaggio.

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